• Pane & Co. nella dieta bovina
• I risultati dello studio
• Conclusioni

Stato dell’arte
Aggiungere panificati all’alimentazione delle vacche da latte aumenta fino al 30% le performance e il pH del rumine con, tuttavia, conseguente sbilanciamento delle capacità digestive e del microbioma locale.

Cosa aggiunge questa ricerca
Scopo dello studio è stato quello di approfondire l’impatto che la sostituzione di cereali con diverse percentuali di prodotti da forno possa indurre nella digeribilità, fermentazione e comunità batterica fecale di 24 vacche da latte.

Conclusioni
L’aggiunta di panificati incrementa in maniera dose-dipendente la digeribilità apparente totale e di materiale organico, alterando però la diversità del microbioma e il pH. Un bilanciamento del rapporto tra cereali e panificati meriterebbe quindi maggiore attenzione.

L’aggiunta di scarti di prodotti da forno (pane vecchio, biscotti ecc.) alla dieta delle vacche è una pratica sempre più comune negli allevamenti, seppur non sia priva di conseguenze.

Mentre infatti da un lato si aumenta la digeribilità dei nutrienti organici e apparente totale, dall’altro va ad alterare il pH e la diversità del microbioma ruminale con, ad esempio, una diminuzione del phylum Fibrobacteres coinvolto nel metabolismo della cellulosa. Un opportuno bilanciamento tra cereali tradizionali e panificati è quindi necessario.

È quanto conclude lo studio di A. Kaltenegger e colleghi della University of Veterinary Medicine di Vienna, di recente pubblicato su Journal of Dairy Science.

Alimenti panificati nella dieta bovina

I panificati (pane, biscotti, torte ecc.) rappresentano una buona sostituzione ai cereali tradizionali nei piani alimentari degli allevamenti essendo comparabili in termini di energia e rappresentando una modalità di riciclo di cibo che altrimenti andrebbe buttato.

Diversi in base agli ingredienti sono però gli apporti nutrizionali. Rispetto ai cereali grezzi, infatti, i panificati contengono generalmente meno fibre e amido con, di contro, più zuccheri e grassi.

A ciò si aggiunge il processo di cottura che potrebbe andare ad alterarne altre proprietà. L’impatto sulla capacità di digestione è quindi preventivabile e in parte già dimostrato da precedenti studi testando l’aggiunta di varie percentuali di prodotti da forno in pecore o vacche da latte.

Quello che rimane da capire è però se e come varia il processo fermentativo e, soprattutto, la comunità batterica residente.

I risultati dello studio

Per rispondere, i ricercatori viennesi hanno quindi suddiviso 24 vacche da latte in tre gruppi alimentati con diversi rapporti tra cereali e panificati (gruppo 1: 30% cereali e 0% panificati; gruppo 2: 15%-15%; gruppo 3: 0%-30%) per tre settimane.

L’approvvigionamento è stato mantenuto libero, ma monitorato. L’analisi del microbioma fecale e della digeribilità sono state invece condotte su prelievi di materiale fecale (2 volte/die). Ecco cosa è emerso.

Partendo dalla valutazione della digeribilità apparente e del processo di fermentazione si è visto:

  • un generale e lineare incremento della digeribilità con l’aumentare dei panificati. A crescere infatti quella totale, del materiale secco e organico, dei grassi, delle fibre, dei carboidrati non fibrosi
  • aumento direttamente proporzionale anche della concentrazione di acidi grassi totali e di acidi grassi a catena corta, butirrato in particolare (5,06% nel gruppo 0% panificati; 5,37% in quello al 30%)
  • diminuito di contro il pH

Analizzando poi il microbioma fecale:

  • l’inclusione dei panificati ha via via ridotto i valori di alpha-diversity e la diversità filogenetica (indice di Faith e Shannon) dimostrando una correlazione con la dieta
  • dei 9 phyla identificati, Firmicutes e Bacteroidetes sono risultati quelli dominanti con un’abbondanza relativa totale del 48,2% e 39,7% rispettivamente
  • Proteobacteria ha mostrato un incremento positivamente correlato con la quota di panificati. Andamento inverso invece per Fibrobacteres (0,27% nel gruppo al 30% di panificati, 0,76% in quello con soli cereali)
  • delle 31 famiglie tra le più abbondanti troviamo Ruminococcaceae (27,3%), Rikenellaceae (15,9%), e Lachnospiraceae (8,94%). Di queste, Lachnospiraceae (solo cereali: 8,12%; 30% panificati: 10,3%) e Prevotellaceae (6,13% vs 8,57%) hanno mostrato un lineare incremento con i panificati. Clostridiales vadin BB60 ha invece registrato una diminuzione (3,16% vs 1,79%)
  • seguono, in ordine di abbondanza relativa, una famiglia non coltivata di Bacteroidales e p251-o5, Succinivibrionaceae, Fibrobacteraceae e Burkholderiaceae, anch’esse influenzate dalla dieta
  • a livello di generi invece, 56 sono quelli identificati. Con un’abbondanza del 12,1% Ruminococcaceae UCG-005 è risultato essere quello più abbondante
  • ad aumentare con l’apporto dei panificati, i generi Rikenellaceae RC9 gut, Lachnospiraceae NK3A20, Prevotella 1, e Prevotellaceae UCG-001 con, di contro, una diminuzione di Ruminococcaceae UCG-010, Christensenellaceae R-7, Eubacterium coprostanoligenes, non coltivato Clostridiales vadin BB60, non coltivato Bacteroidales, dgA-11 gut (ordine: Bacteroidales), Fibrobacter e un non coltivato p-251-o5 (ordine: Bacteroidales)

Correlando infine il profilo batterico con quello metabolico:

  • i generi Fibrobacter e Ruminococcaceae UCG-010 hanno mostrato associazione positiva con il pH, correlato invece negativamente con il pH fecale e i taxa Prevotellaceae UCG-001 e Treponema 2
  • correlazione negativa tra apporto di grassi e Fibrobacter, non coltivato Bacteroidales, dgA-11 gut, UCG-010, Clostridiales vadin BB60, Eubacterium, Ruminobacter, e Christensenellaceae R-7. Correlazione positiva invece con un non coltivato Prevotella 1, Prevotellaceae UCG-001, Rikenellaceae RC9 gut e Lachnospiraceae NK3A20
  • la proporzione di un non coltivato Peptococcaceae e Parasutterella ha invece mostrato associazione positiva con valerato, negativa con acetato
  • l’apporto di zuccheri e grassi ha infine mostrato di diminuire l’abbondanza del genere Fibrobacter

Conclusioni

Per concludere quindi, sostituire i cereali con prodotti da forno comporta cambiamenti nella composizione dei nutrienti con conseguente alterazione della digeribilità, pH e comunità batterica. Ulteriori ricerche su quello che sia il giusto bilanciamento sono però necessarie.